Le Torri del Vento


Un racconto di Monica Benedetti (scritto ricordando l’amico Gianfranco, colui che le ha insegnato a sorridere)

La finestra di questa stanza è il mio occhio sul mondo da cinque anni. Ho fatto i conti a mente: sono 1825 giorni, 43800 ore, 5 inverni, 5 estati, 5 primavere, 5 autunni.

Oltre questo occhio una valle e, sullo sfondo, un altipiano che da qui pare l’abbiano tirato a pialla tanto è piatto. Su di esso, in fila indiana, stanno le Torri del Vento che si stagliano sull’unico scorcio sempre mutevole: il cielo. E lo so che si chiamano pale eoliche ma a me piace chiamarle Torri del Vento immaginandomi il sopravvissuto di una sconosciuta civiltà che si trova al cospetto di queste cose di cui non conosce il nome ma non gli è difficile comprendere che debbano avere a che fare col vento.

È sempre stato uno dei miei passatempi preferiti quello di immaginare cose diverse da ciò che vedevano gli altri. Talmente ho lavorato con questa immaginazione da credere che la mia donna mi amasse davvero e che la malattia e la morte riguardassero tutti gli altri mondi ma non il mio. Potessi, ci farei una risata adesso ma l’ultima volta che sono riuscito a contrarre, seppur lievemente, i muscoli della bocca la badante mi ha detto che, più che un sorriso, quello sforzo pareva una smorfia così ho smesso di provarci che tanto sarebbe stata solo una questione di tempo.

Ho sorriso così tanto fino a cinque anni fa che un po’ di riposo glielo devo a sta bocca, così come a queste braccia che la fatica, nonostante non sia ancora nel mezzo del cammino, la conoscono così bene da considerarsi parenti e glielo devo anche a ste gambe che quando lo chiedevano, il riposo, avevo le orecchie otturate dal vizio di non perdermi – come recita il famoso proverbio –

E poi, non me ne vogliano le signore, anche un altro muscolo è giusto che abbia il suo meritato riposo che ne ha fatta di speleologia da meritarsi quasi la laurea ad honorem! Ma la mente, oh, quella ha il suo personalissimo dizionario e termini come riposo, relax, immobilità non vi sono inseriti. Quella è viva e vegeta. A volte è una benedizione altre proprio il contrario ma la stessa impossibilità di controllare il mio corpo è estesa anche alla mia mente dunque, non potendo né piangere né ridere, la lascio fare. Almeno lei ancora vive e, ogni tanto, fa vivere anche me quando ricorda.

A volte accade che qualche intrepido amico si avventuri in questa stanza il cui lapidario silenzio è intervallato solo dal ritmo costante di quello stantuffo che mi permette di respirare. L’indomito si avvicina con un sorriso di circostanza come se volesse negare ai suoi occhi l’evidenza e convincersi che, in fondo, la mia immobilità è soltanto un’influenza passeggera. Mi piace prenderli un po’ in giro così strabuzzo gli occhi, li giro a destra e a manca sull’alfabeto digitale che ho di fronte e rifilo qualche stronzata del tipo ‘Macwstasrrandiaablaree?’ che nella mia mente suona come un ‘Ma stasera andiamo a ballare?’. Però a scriverlo con gli occhi invece che dirlo con la bocca ci vuole più fortuna che a trovare l’anima gemella!

E comunque, li vedi che leggono e, ovviamente non capiscono un accidenti ma non me lo confessano e continuano a mantenere quell’espressione di ‘nonpossodirglichehascrittocoseincomprensibilimochefaccio?’. Interviene, a quel punto, la badante a tagliare l’imbarazzo ché ormai lei la capisce la mia lingua originale e traduce la stronzata così gli amici se la ridono e si sentono sollevati dal doversi ricordare che in questo letto che sembra già un feretro, non c’è più nessuno se non un tronco secco attaccato ad un respiratore artificiale. Quante incomprensioni implica sto parlare con gli occhi! Adesso capisco perché, quando ero ancora mobile, mi beccavo insulti quando tentavo di dire ad una donna che mi piaceva molto! Mi sa che erano troppo loquaci…

A parte le divagazioni di questa mente senza freni, il calvario degli amici dura dai dieci ai quindici minuti perché so che non può esserci dialogo così chiudo gli occhi e faccio finta di dormire e loro, felici di aver concluso in fretta la buona azione, varcano il cancello del mio aldilà e tornano alla vita.

E io torno a fissare l’occhio sul mio mondo. Il cielo è azzurro, senza nuvole ma le Torri del Vento paiono volersi staccare e prendere il volo. C’è maestrale.

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