La sessualità nella Sla

Sono state 24 coppie ad essere coinvolte nel primo studio preliminare italiano sul tema della sessualità nei pazienti affetti da Sla, effettuato presso il Centro Clinico Nemo nel 2013.

A tornare sull’argomento e ad illustrarne i principali risultati alla comunità Aisla, in occasione della Conferenza dei Presidenti/Referenti  delle Sezioni/Sedi Territoriali svoltasi a Roma lo scorso 20 aprile, è stata la dottoressa Gabriella Rossi, responsabile del GIPSLA -Gruppo Italiano Psicologi Sla: «E’ un argomento ad oggi ancora poco trattato – ha sottolineato la dottoressa Rossi – L’ intimità sessuale tra due partner è un aspetto di vita molto delicato ed importante».

A differenza di altre malattie neurodegenerative, come ad esempio il Parkinson, nella SLA non vi è un coinvolgimento funzionale delle zone connesse alla sessualità: «Il fatto che le funzioni sessuali, in un corpo deturpato dalla malattia, siano totalmente conservate rende ancor più necessari approfondimenti dal punto di vista psicologico e relazionale – ha sottolineato la dottoressa Rossi – Il cambio della percezione corporea ha sicuramente un forte impatto a livello psicologico sul singolo, ma anche sul suo partner: la tematica va quindi affrontata all’interno della relazione di coppia».

Dallo studio effettuato al Centro Clinico NEMO è emerso che «nel 50% dei casi l’intimità sessuale viene conservata, e che la presenza di rapporti intimi garantisce il mantenimento di una tenerezza e di un’unità di coppia che gioca a favore della qualità di vita del paziente ma anche del suo partner. La progressione della malattia e quindi il cambiamento corporeo non influenza l’unità e l’intimità di coppia, che dipende maggiormente dagli aspetti emotivo-relazionali. L’intimità continua quindi ad essere una parte importante della vita di coppia, favorendo quella coesione e quella vicinanza che pensiamo possa essere risorsa imprescindibile per fronteggiare la malattia».

Molto spesso gli stessi curanti si trovano spiazzati nel dover considerare quest’ultimo aspetto, a volto troppo imbarazzante per essere affrontato: «Tuttavia, la maggior conoscenza potrebbe aiutare i clinici nella gestione delle problematiche del paziente, e offrirgli la possibilità di affrontare le difficoltà connesse in modo da poter continuare a soddisfare il proprio bisogno e facilitare la relazione di coppia – ha concluso la dottoressa Rossi – E’ quindi indispensabile un’adeguata formazione ed attenzione da parte degli operatori, che non devono scappare di fronte alle richieste di “aiuto” dei pazienti né tantomeno negarle».

 

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