La ricercatrice Irene Bozzoni racconta ad AriSLA la sua ultima scoperta: la firma molecolare della SLA

È di pochi giorni fa la pubblicazione sulla rivista scientifica ‘Cell Death Discovery’ dei risultati di uno studio italiano, in parte sostenuto da Fondazione AriSLA, che ha portato alla scoperta della ‘firma’ molecolare della SLA, ovvero all’identificazione di potenziali biomarcatori prognostici della SLA. Si tratta di molecole di microRNA (miRNA) che non contengono informazioni per la formazione di proteine, ma che spesso risultano alterate in alcune condizioni patologiche e che possono anche essere rilasciate nel sangue.

AriSLA ha voluto approfondire i contenuti dello studio intervistando uno dei coordinatori del gruppo di lavoro che ha portato a questa significativa scoperta: Irene Bozzoni (in foto), Professore Ordinario di Biologia Molecolare presso la Sapienza Università di Roma e da due anni a capo di un gruppo di ricerca presso l’Istituto Italiano di Tecnologia. La ricercatrice, tra i vincitori del Bando AriSLA 2014 con il progetto ‘ARCI’, spiega come i recenti risultati siano “i primi a fornire nuovi biomarcatori non solo per la diagnosi, ma anche per la previsione dello stadio e per la prognosi della malattia”.

Professoressa Bozzoni da quanto tempo è impegnata a studiare la SLA?

Da sempre mi occupo di studiare la funzione di varie classi di RNA che non codificano per proteine (non-coding RNA). Solo negli ultimi anni si è capito il ruolo importante di questa nuova classe di trascritti e sempre nuove specie e funzioni vengono scoperte.  All’inizio degli anni 2000 ho contribuito a scoprire e caratterizzare la funzione dei microRNA; diversi anni dopo ho contribuito allo studio della funzione di diversi long non coding RNA e più recentemente ho anche contribuito alla scoperta e alla definizione della funzione di RNA circolari. Studiando la maturazione dell’RNA ci siamo imbattuti diversi anni fa nella proteina FUS che interviene a molti livelli nel controllo del metabolismo dell’RNA. Poiché molte mutazioni associate a questa proteina sono state associate a casi familiari di SLA, abbiamo cominciato ad interessarci a questa patologia e a cercare di capire la correlazione tra funzioni alterate dell’RNA e neurodegenerazione.

La progressione della SLA non è uguale in tutti i pazienti e i meccanismi alla base di queste differenze non sono ancora del tutto comprese. Il suo ultimo studio ha portato all’identificazione di alcune molecole di microRNA che sembrano essere predittive del decorso della malattia. Può spiegarci cosa avete scoperto di queste molecole?

Diversi anni fa, studiando un’altra patologia, la Distrofia Muscolare di Duchenne, abbiamo scoperto che nel siero dei pazienti venivano rilasciati dei miRNA che normalmente si trovavano nei muscoli. Inoltre, avevamo descritto che maggiori livelli di questi miRNA correlavano con stadi più avanzati della patologia. Applicando lo stesso approccio per la SLA, in questo studio descriviamo che diverse classi di miRNA sono differenzialmente espressi nel siero di pazienti rispetto al siero di individui sani. Ancora più interessante è stato trovare che quantità diverse di specifici miRNA correlano con lo stadio di progressione della malattia e possono rappresentare dei marker prognostici per la SLA

Questi importanti risultati quali effetti potrebbero avere sul piano clinico? 

Fino ad ora, nel campo della SLA, l’uso dei miRNA come biomarcatori sono stati proposti solo per discriminare le condizioni normali da quelle patologiche. Il nostro lavoro è invece il primo a fornire nuovi biomarcatori non solo per la diagnosi, ma anche per la previsione dello stadio e per la prognosi della malattia. Noi crediamo che i nostri risultati saranno utili per lo sviluppo di analisi cliniche che possono servire come diagnostica di accompagnamento nel progresso della scoperta di farmaci. 

Gli esiti delle ricerche sono frutto di un percorso avviato da lei e il suo team da molti anni, grazie anche al supporto di diversi soggetti tra cui Fondazione AriSLA. Quanto è importante dare continuità alla ricerca nella sua esperienza?

La continuità è cruciale per permettere il raggiungimento di risultati che possano portare ad applicazioni concrete perché è ben noto che nella ricerca biomedica ci vogliono molti anni per trasformare scoperte derivanti dalla ricerca di base in prodotti che possano trovare applicazioni nella diagnostica o nella clinica.

I suoi studi dimostrano anche quanto sia fondamentale e proficua la collaborazione tra ricerca di base e clinica. Secondo lei è questa la strada da perseguire per ottenere nuovi traguardi?

Certamente. Sia per sviluppare nuove idee che per ottenere risultati applicabili, l’interdisciplinarità è fondamentale; anche nel caso della ricerca medico-clinica il rapporto diretto tra ricercatore e clinico è fondamentale. Peccato purtroppo che non sia sempre facile stabilire queste simbiosi.

Su quali aspetti della ricerca continuerete a lavorare e con quali obiettivi?

Attualmente, nell’ambito di un importante progetto europeo che coordino (ERC-Synergy), il mio gruppo di ricerca è impegnato a studiare il ruolo delle alterazioni del metabolismo dell’RNA nella patogenesi della SLA. In particolare

vogliamo capire come siano alterate le interazioni tra RNA e proteine, come si formino complessi difettosi, e quali siano gli eventi che ne scatenano la comparsa in età avanzata. Mentre le prove emergenti indicano che le mutazioni e le modifiche post-traduzionali di specifiche proteine leganti l’RNA (RBP) producono aggregati patogenetici, molto meno si sa sul ruolo che l’RNA gioca nella loro formazione.

A questo link è disponibile l’articolo pubblicato sulla rivista scientifica ‘Cell Death Discovery’, frutto del lavoro sinergico tra diversi centri di ricerca clinica, coordinati da Irene Bozzoni e Antonio Musarò della Sapienza Università di Roma e del laboratorio dell’Istituto Pasteur-Italia, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT).

Lo studio è stato parzialmente supportato oltre che da Fondazione AriSLA, anche da Fondazione Roma, ASI, ERC e dai progetti dei centri di ricerca coinvolti.

Fonte: AriSLA

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