Fondo Caregiver, a tre anni di distanza: la legge sta funzionando?

Di Redazione

A tre anni di distanza dalla legge che ha istituito Il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza caregiver familiare per gli anni 2018-2019-2020, la domanda è: sta funzionando?

MILANO, 10 aprile 2021 – Sono più di un milione gli italiani che si occupano di un loro familiare disabile, il 40% dei lavoratori. Tutti, tranne poche eccezioni, potremmo diventare – per l’invecchiamento della popolazione – potenziali caregiver, parola mutuata dall’inglese che sintetizza un concetto semplice e indica una persona che assiste – senza alcun compenso – un proprio congiunto (un familiare, un amico) non in grado di essere autonomo nella vita quotidiana, a causa dell’età, oppure per una qualsiasi disabilità o malattia.

Facciamo il punto. Dopo anni di lotta delle diverse associazioni di categoria, audizioni e disegni di legge si arriva alla Legge 205/2017 che determina il riconoscimento giuridico del caregiver familiare e del suo ruolo fondamentale e sussidiario al servizio di assistenza erogato dallo Stato. Un primo importante passo seguito, nel novembre 2017, da quello della  Commissione Bilancio 2018 che approva all’unanimità il Fondo che, con successivo emendamento, stanzia oltre 68 milioni di euro (44.457.899,00 euro complessivamente per gli anni 2018 e 2019, più 23.856.763,00 euro per l’anno 2020).

Da allora, sono trascorsi ben tre anni per stabilire, con il Decreto 27 ottobre 2020 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il riparto del fondo e i criteri generali di accesso ed ulteriori tre mesi per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (GU n. 17 del 22 gennaio 2021).

Il decreto dava 60 giorni di tempo alle Regioni per presentare le linee di indirizzo. Un tempo determinato e raccomandato dall’esplicito riferimento alla «situazione di profondo disagio sociale ed economico che si è verificata nel corso della fase più acuta dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 e che continuerà a produrre effetti anche nelle fasi successive», che «rendono prioritario e necessario intervenire a sostegno, nell’immediato, della figura del caregiver familiare […] per interventi a carattere sperimentale anche tenuto conto della contingente situazione emergenziale».

Tanto rumore per nulla. Da una nostra ricognizione, poche le regioni che ci hanno dato un riscontro, molte quelle che seppure sollecitate ancora non hanno dato indicazioni rispetto  alle nostre istanze. 

Legge, Fondo, Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri e concertazioni in itinere – così come la maggior parte delle regioni ci hanno risposto -, non hanno cambiato i fatti se non la magra consolazione di indossare la medaglia del riconoscimento, solo formale, dei prestatori di cura. Rimangono ancora congelati i diritti economici e sociali che, all’atto pratico, si restringono solo all’area di applicazione della legge 104.

Un purgatorio dantesco, che gioca con termini e definizioni ma lascia intatta la sostanza. Che è quella della condizione di migliaia di persone che si prendono amorevolmente cura del proprio caro. Una responsabilità spossante che si carica di notti senza sonno, perdita di professionalità, isolamento sociale e usura del reddito.

Questo, nonostante dati scientifici provino che chi si sottopone a questo tipo di stress, in concomitanza con un’occupazione lavorativa, rischi di vivere molti anni di meno rispetto al resto della popolazione, dai 9 ai 17. (2009, Elizabeth Blackburn Premio Nobel per la Medicina). Ma c’è di più. Il ruolo di “vicario” che la famiglia è costretta spesso a ricoprire è stata oggetto di molti studi economici, sociali e antropologici. Tutti concordano sul grande valore sociale ed economico connesso ai rilevanti vantaggi che ne trae l’intera collettività (10 miliardi di euro di risparmio socio-sanitario).  A tutto questo non possiamo che aggiungere la considerazione sulle legittime assenze o limitazioni delle carenze assistenziali aggravate dalla gravissima emergenza sanitaria.

Diciamoci la verità. La battaglia di AISLA è in parte fallita perché speravamo di portare in porto una legge che collocasse la figura del caregiver all’interno della rete integrata di servizi, riconoscendone certamente il ruolo, i sostegni ma anche le coperture previdenziali.  La Legge del 2017 e il successivo stanziamento del fondo ci sembravano un inizio. Dal mese di febbraio, abbiamo avviato le interlocuzioni con tutte le regioni finalizzata a un tavolo di concertazione. L’invito è stato raccolto soltanto dalla Lombardia, Campania, Marche e Molise. L’azione di monitoraggio registra l’attivazione di Lombardia, Lazio, Calabria, Marche, Sardegna, Piemonte, Toscana, Friuli. In linea di massima tutte prevedono un’erogazione del contributo in denaro.

La proposta di AISLA è di sommare al contributo una cifra aggiuntiva per le famiglie che hanno minori e, per il futuro che al momento non ha adeguati fondi stanziati, di prevedere un programma di formazione per assistenti alla persona che siano competenti e che possano, concretamente, integrarsi con il Caregiver familiare.

Cosa ci rimarrà? Ad oggi dobbiamo constatare che abbiamo tra le mani misure residuali e non strutturali, differenziate a seconda del territorio, che saranno erogate con un contributo che si aggira, mediamente, sui 300 euro mensili a valere per un solo anno (cumulo delle 3 annualità). Il “dopo”, dolorosissimo per chi resta, è un vero inferno. La nostra proposta di vedere riconosciuti almeno i contributi figurativi non è stata nemmeno presa in considerazione dall’INPS.

I familiari sono condannati a un “dopo” prematuro e dolorosissimo per chi resta e che in troppi tavoli di discussione si traduce, al massimo, a corsi per imparare a fare ciò che la maggioranza dei caregiver familiari fa già da 10, 20, 30, anni. Quando, invece, sarebbe sufficiente instituire un esame che possa consegnare loro l’attesato di competenze e permettergli di avere una qualifica professionale ampiamente guadagnata sul campo e che possa riqualifarli per un reinserimento nel mondo lavorativo.

In altri Paesi europeri la situazione è assai diversa, ai caregiver sono garantite alcune forme di tutela:

In Germania, ad esempio, il sistema sanitario-assicurativo dà diritto a contributi previdenziali, se l’assistenza supera le 14 ore alla settimana, e a una sostituzione domiciliare in caso di malattia;

Forme di assicurazione contro gli infortuni e di previdenza sono concesse ai caregiver in Francia, che in diversi casi hanno diritto pure a un’indennità giornaliera;

In Spagna continuano a recepire contributi anche in caso di interruzione del proprio lavoro.
Persino la Grecia dà diritto, al caregiver familiare, al prepensionamento dopo 25 anni di contributi versati.

Riferimenti

La Repubblica – Mondo Solidale, 17 ottobre 2017
Vita, approfondimenti di Sara de Carli 2018

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